Ti è mai capitato di chiamarlo con il tono più allegro del mondo e vedere solo una coda che si allontana, come se non ti avesse mai conosciuto? È uno di quei momenti in cui ci si sente un po’ invisibili. La buona notizia è che, nella maggior parte dei casi, non è “disobbedienza”, è comunicazione, abitudine e contesto. E si può sistemare, passo dopo passo.
Perché il cane ignora il richiamo
Prima di aggiungere esercizi, conviene capire cosa sta succedendo davvero. Di solito rientra in una di queste situazioni:
- Addestramento inadeguato: il comando non è stato costruito con progressione, in ambienti facili, con premi chiari. Il cane non “generalizza” automaticamente dal salotto al parco.
- Segnali contrastanti: chiamarlo restando rigidi, fissandolo negli occhi e aspettando, può suonare come pressione. Molti cani rispondono meglio a un invito: corpo morbido, accovacciarsi, aprire le braccia.
- Esperienze negative associate: se “vieni” significa guinzaglio, fine gioco o sgridata, è normale che inizi a evitarlo. Sta proteggendo ciò che gli piace.
- Distrazioni, ansia o paura: un parco pieno di odori, cani, persone, bici, può essere come chiedere a qualcuno di ascoltare un sussurro durante un concerto. Se c’è paura, poi, il cervello va in modalità sopravvivenza.
Il principio che cambia tutto: rendilo conveniente
Un richiamo affidabile nasce quando il cane pensa: “Andare da te è sempre una buona idea”. Questo è il cuore del rinforzo positivo e del condizionamento: un comportamento che porta vantaggi tende a ripetersi.
Regole semplici, ma potenti:
- Scegli un comando unico, per esempio “Vieni”, e usalo sempre uguale.
- Usa un tono entusiasta e leggero.
- Il nome serve solo per catturare l’attenzione, poi arriva il comando.
- Premia sempre, soprattutto all’inizio, anche quando ci mette un po’.
Un piano pratico in 3 livelli (senza saltare i passaggi)
Qui funziona la pazienza, non l’eroismo. L’obiettivo è aumentare difficoltà e distrazioni solo quando il cane sta riuscendo.
1) Casa o giardino, successo facile
- Distanza breve, 2 o 3 metri.
- Chiama “Vieni”, ti accovacci, sorridi, fai un piccolo passo indietro.
- Quando arriva, premio immediato: bocconcino, gioco, carezze (quello che per lui vale di più).
- Fai micro sessioni da 1 minuto, più volte al giorno.
2) Spazi aperti controllati, sicurezza prima
Qui entra in gioco il guinzaglio lungo (lunghina): ti permette di allenare senza rischi.
- Aumenta gradualmente la distanza.
- Inserisci distrazioni leggere, un giocattolo a terra, una persona ferma a distanza.
- Se non risponde, non ripetere il comando dieci volte. Fai un passo indietro e rendi l’esercizio più facile.
3) Parchi e stimoli complessi, come un esame
- Prima chiama quando sei quasi certo che possa riuscire.
- Usa premi “speciali” solo per queste situazioni (più gustosi o un gioco preferito).
- Alterna il premio con un “doppio premio”: arriva, riceve qualcosa, e poi torna a divertirsi. Così il richiamo non coincide con la fine della libertà.
Un trucco che evita il “vieni e ti aggancio”
Molti cani imparano che arrivare significa essere presi. Per prevenirlo:
- Quando arriva, tocca collare o pettorina, premia, e poi liberalo di nuovo.
- Ogni tanto aggancia il guinzaglio, premia, fai due passi, sgancia e torna al gioco.
Errori comuni che peggiorano tutto
- Punire dopo che è tornato: insegna che arrivare è pericoloso.
- Inseguirlo: lo trasforma in un gioco o in una fuga.
- Urlare: aumenta ansia e confusione.
- Chiamarlo solo per cose “brutte” (fine passeggiata, bagno, noioso rientro).
Quando chiedere aiuto
Se noti paura intensa, reazioni improvvise, o il richiamo fallisce sempre nonostante allenamento costante, un educatore cinofilo può osservare dettagli che da soli si perdono. Non è un fallimento, è un modo rapido per costruire fiducia, coerenza e sicurezza.
Alla fine, il richiamo non è solo un comando, è una promessa: “Con me stai bene”. Quando quella promessa diventa vera, il cane torna. Anche quando il mondo intorno è pieno di tentazioni.




